domenica 25 settembre 2016

L'orrore rassicurante – una riflessione su Stranger Things


Probabilmente non ho bisogno di spiegare cosa sia Stranger Things, essendo forse uno degli ultimi in Italia ad aver visto la serie di Netflix.
Per quei pochi rimasti all'oscuro, dirò brevemente che si tratta di una miniserie di otto episodi, ambientata nella più classica delle cittadine statunitensi che, da copione, viene sconvolta dalla misteriosa sparizione di un bambino, Will Byers. Da quel momento si susseguono una serie di strani eventi (la sparizione di un'altra ragazza, l'omicidio di un ristoratore, la comparsa di una ragazzina dai poteri ESP). A indagare sulla scomparsa di Will troviamo l'immancabile quartetto di bambini in bici, il poliziotto tormentato da un passato doloroso, e la madre e il fratello di Will: seguendo piste diverse, tutti convergono intorno ai laboratori Hawkins, da cui un esperimento segreto sembrerebbe essere sfuggito di mano.




Come si vede già da questo rapidissimo riassunto, la serie è un omaggio alla cultura pop degli anni '80, dai romanzi di Stephen King, ai film di Spielberg, Reiner, Lucas, ai videogiochi e giochi di ruolo e qualsiasi altra citazione possa venirvi in mente.
Fin dalla scena di apertura la serie annuncia la sua vocazione citazionista: quattro ragazzini che giocano a Dungeons&Dragons intorno a un tavolo, poi inforcano le bici e si dirigono verso casa: e qui si scivola da E.T. a IT, quando uno di loro viene catturato dal mostro.
Da E.T. sono pure prese molte delle scene che seguono all'incontro di Undici, la bambina ESP, con i tre ragazzini sopravvissuti, mentre abbondano ricognizioni tra sfasciacarrozze e binari ferroviari in omaggio a Stand By Me. Ma dovremmo menzionare almeno I Goonies, Poltergeist, La casa, Tremors, Twin Peaks, L'incendiaria, Carrie – e ancora non avremmo un quadro completo: perché la citazione, in Stranger Things, si manifesta a ogni livello: dalla fotografia alle atmosfere, dalle scenografie ai poster sulle pareti, dai titoli degli episodi al rifacimento di intere scene, fino alla colonna sonora (in una scena dell'epilogo, ad esempio, riconosciamo il coro natalizio di Mamma ho perso l'aereo).
Mi ha sorpreso, perché meno scontata, la rappresentazione del Sottosopra che richiama L'eternauta, forse il riferimento meno riconducibile a quel periodo.





La serie deve il suo successo a una realizzazione di grande livello, come ormai ci ha abituati Netflix, alle ottime interpretazioni degli attori, soprattutto i bambini, e all'atmosfera da horror anni '80 che riesce a evocare alla perfezione: ci troviamo davanti a una riuscita imitazione di quello stile che ha accompagnato tutti noi che siamo stati bambini o adolescenti in quegli anni.
Ogni puntata di Stranger Things è, per lo spettatore a cui si rivolge, un ritorno, una riscoperta del familiare, e qui sta forse il grosso limite della serie.
Non è soltanto un problema di prevedibilità della trama. Certo se avete visto i film che ho citato sopra, faticherete parecchio a sorprendervi per ciò che accade sullo schermo: ogni momento della trama è facilmente intuibile pensando al modello a cui si rifà.
Ma è un aspetto che, in fondo, non rovina il godimento della serie, che sta forse più nel riconoscimento di quei modelli, nel piacere di cogliere le citazioni.
Il vero difetto della serie è che Stranger Things fallisce come storia dell'orrore: certo le singole scene mettono tensione, ci sono stati momenti, specie di notte, che mi hanno fatto saltare in piedi, ma al tempo stesso un'altra sensazione si insinuava nella paura – che tutto ciò fosse in fondo familiare, una familiarità rassicurante, che mi riporta all'infanzia, quando un pagliaccio che rapisce un bambino attraverso il tombino fa veramente paura, quando l'avventura di quattro amici in cerca di un cadavere è veramente una questione di vita o di morte; e al tempo stesso i ricordi d'infanzia sono piacevoli, riscaldano il cuore, si legano a un'età di fantasie, di giochi, di letture voraci.
Ed ecco che la potenziale paura di Stranger Things è annullata da un sentimento di segno opposto: rassicurato dal mio me-bambino, posso dormire sogni tranquilli.
Ho trovato in Stranger Things il meccanismo opposto a quello su cui da sempre è fondata la narrativa horror, in cui ciò che era familiare rivela il suo volto inquietante; qui è l'inquietante a mostrarsi familiare, e dunque innocuo.






Ho detto che il pubblico di riferimento della serie di Netflix è quello dei trenta-quarantenni cresciuti negli anni '80, in grado di cogliere i continui ammiccamenti della serie.
Ma mi chiedo se l'impatto non sia più forte su un ragazzino di oggi, che magari riconoscerà solo le citazioni più superficiali, ma si godrà la trama senza troppi riferimenti: e magari, incuriosito, andrà in seguito a scoprire i modelli a cui si ispira.

domenica 18 settembre 2016

Alcuni mondi possibili – su Year's Best SF a cura di Gardner Dozois, Urania Millemondi n. 75



Conclusa la pubblicazione delle corrispettive antologie annuali targate Hartwell e Cramer, Urania comincia finalmente a tradurre l'immensa (per mole, oltre che per qualità) opera antologica di Dozois.
E lo fa con un titolo italiano che strizza l'occhio alle storiche antologie del passato (io sinceramente ho sempre preferito i più diretti titoli originali a questi giochi di parole che mi ricordano le mode cinematografiche stile “L'uomo che...” o “se scappi ti...”)
Di queste antologie si è parlato tanto da noi, col sospetto che il curatore si accaparrasse ogni anno il meglio del meglio, e lasciasse il resto ad Hartwell e Cramer.
Secondo Giuseppe Lippi « Gardner Dozois non si limita a scegliere i migliori racconti di fantascienza hard o di genere, ma affianca a quei testi anche esempi di sf letteraria, di “slipstream”, qualche volta del fantastico. Cerca, cioè, di fornire un quadro completo della speculative fiction in lingua inglese, una panoramica a 360°. »
Vero o no – è presto per giudicare, avendo letto per ora solo un terzo di un'antologia di un anno a caso – queste prime storie migliori del 2014 non deludono di sicuro.



G. Dozois (a cura di)
Tutti i mondi possibili – YBSF n. 31
Traduzione di M. Jatosti
2016, Mondadori
epub/mobi 4,99



Vista la varietà dei racconti, è il caso di dedicare uno sguardo a ciascuno:

Il paese scoperto di Ian MacLeod è una storia di amore e vendetta al tempo dell'upload mentale: il protagonista si muove in un paesaggio virtuale, sullo sfondo – non casuale – di una Elsinore digitale, in cerca del riscatto di una vita. Ma in un mondo di fantasmi, è difficile capire quale sia la soglia tra realtà e finzione.

Il libraio di Lavie Tidhar ha il tono di un racconto ebraico tradizionale e l'ambientazione in una futuristica Central Station, immenso spazioporto in cui convivono uomini, cyborg, entità digitali e vampiri. Il protagonista è un ometto dall'aria insignificante, un collezionista di antichi libri cartacei in un'epoca in cui tutti sono interconnessi, che proprio grazie alla sua menomazione (non è provvisto dei nodi con cui interfacciarsi con la rete globale) riesce a instaurare un rapporto umano con una strigoi, una vampira di dati, che succhia feed in cambio di momentaneo piacere.
Uno dei miei racconti preferiti, in bilico tra fantascienza e tradizione, una sorta di futuristico racconto di Zweig. Per certi versi mi ha ricordato Desolation Road di Ian McDonald, e spero proprio che qualche editore di fantascienza e altre meraviglie decida di portare da noi gli altri racconti di questa serie della Central Station.

Percorsi di Nancy Kress. Curioso che l'autrice di Mendicanti di Spagna torni alle origini del suo successo e ci racconti un'altra storia di insonni: qui però gli effetti dell'« insonnia familiare fatale » sono (come si vede dal nome) opposti a quelli immaginati nella sua opera più celebre, e la protagonista di questa storia dovrà intraprendere un lungo percorso individuale e collettivo per sconfiggere la malattia che sta sterminando precocemente i suoi familiari. Come sempre nella fantascienza della Kress, le vicende personali di una donna anticonformista, la sperimentazione scientifica e le preoccupazioni politiche si intrecciano in una vicenda di esclusione.

Nelle pochissime pagine di Un cumulo di immagini spezzate di Sunny Moraine ci parla di incomunicabilità tra alieni e terrestri, degli orrori di una guerra insensata di cui le generazioni future ancora non riescono a comprendere il significato, del vuoto incolmabile che c'è tra i motivi che scatenano un genocidio e l'atto stesso. Ci sono state delle ragioni (ragioni politiche, culturali, psicologiche) se tra i coloni terrestri del pianeta Lejshethra si è scatenata una furia che ha portato allo sterminio quasi totale degli autoctoni. Ma le ragioni non sono, da sole, sufficienti a spiegare ciò che è accaduto.
E tra le righe di un massacro su un pianeta alieno, non possiamo fare a meno di leggere la nostra storia.

La roccia delle ere di Jay Lake, thriller fantascientifico storia di un ambientalista centenario che tenta di salvare il pianeta dal futuro che lui stesso ha contribuito a costruire, è la dimostrazione che lunghezza non è mezza bellezza. Non che il racconto non contenga spunti interessanti sull'esasperazione dell'ideologia Verde che conduce al fanatismo, e sicuramente è affascinante l'idea di una rete di alberi senzienti, ma la vicenda in sé è debolissima, con un uomo solo, anziano e totalmente impreparato che sventa un piano terroristico elaborato per decenni.

Curioso che Rosary e Goldenstar di Geoff Ryman ci riporti all'Amleto del primo racconto: impossibile non cogliere il riferimento al film di Tom Stoppard Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Qui i due personaggi secondari sono coinvolti in una strana ucronia spionistica che ha il ritmo di una commedia shakespeariana e forma di un dialogo galileiano sui massimi sistemi. L'ho trovato, però, un po' incocludente.

Ali grigie di Karl Bunker è una parabola sul senso di colpa dell'uomo occidentale che vola nei cieli e non si accorge della miseria che si lascia al di sotto. Una minuscola donna alata precipita in una bracca africana e scopre di essere ansiosa di riprendere il volo e lasciarsi alle spalle non tanto la povertà, ma la profonda umanità dei suoi soccorritori. Forse un po' troppo didascalico.

Il nostro meglio di Carrie Vaughn è forse il racconto migliore della parte centrale (pur non raggiungendo il livello dei primi quattro): una sorta di Rama 2.0 in cui la scoperta di un satellite artificiale alla deriva nell'orbita di Giove, prova dell'esistenza di una vita aliena, non provoca nessun cambiamento nella vita della maggioranza dei terrestri, eccetto in quella, anch'essa alla deriva, della scopritrice. Immaginiamo sempre che le grandi scoperte abbiano cambiato radicalmente l'umanità, ma al contrario ci sono voluti decenni, se non secoli, perché potessero avere un impatto profondo sulla popolazione comune. E questo la voce narrante dovrà scoprirlo e accettarlo gradualmente, fallimento dopo fallimento.

Su Forme transizionali di P. J. McAuley non ho molto da dire, se non che si tratta di un western in un ambiente biologicamente modificato. Mentre scrivo sto rileggendo la trilogia Southern Reach di VenderMeer, quindi mi perdonerete se non resto impressionato da questo racconto.

Mentale Prezioso di Robert Reed appartiene al ciclo della Grande Nave ed è il racconto più lungo e brutto dell'antologia. Il che è un grave danno se si considera che tra questo e l'insignificante La roccia delle ere se ne va un terzo della raccolta. Non sto neanche a ricostruire la trama, tranquillamente dimenticabile.

Sangue marziano di A. M. Seele chiude la raccolta con una storia dal tono della fantascienza classica: un colono marziano di seconda generazione aiuta un biologo terrestre a ottenere le prove dell'origine marziana dell'umanità, solo per rendersi conto di quanto pericolosa sarebbe questa scoperta per i fragili equilibri tra coloni e autoctoni marziani.




Qualche considerazione su questa prima parte. Non so se la sequenza dei racconti segua la disposizione originale, ma l'idea è che ci sia un grande equilibrio per la lunghezza dei racconti – mediamente tra le 15-30 pagine nell'ebook, con i due racconti lunghi, circa 80 pagine, in corrispondenza del primo e dell'ultimo terzo. Questo mi ha fatto piacere, perché dà un certo respiro alla lettura, che risulta quasi sempre scorrevole senza lo scoglio di racconti molto lunghi posizionati di seguito. Sarebbe stata utile invece una ridistribuzione dei racconti, visto che i migliori (MacLeod, Tidhar, Kress e Moraine) si trovano tutti nel primo terzo.
Scelta di Dozois? Non credo, perché una volta che si smembra un'antologia in tre volumi e si eliminano le introduzioni del curatore (che, a proposito, per gli appassionati sono parte imprescindibile di queste raccolte da Asimov in poi) si può serenamente dire che Urania sta pubblicando i racconti compresi nell'YBSF di Dozois, ma non l'YBSF. Tutti i mondi possibili – Parte 1, 2 e 3, è opera di Urania, e una distribuzione dei racconti diversa da questa può fare solo bene, a mio parere.
In ogni caso, pur con i suoi difetti, si tratta di una raccolta che non dovrebbe mancare nella biblioteca (fisica o digitale) di ogni buon appassionato di SF, accanto alle altrettanto valide (e omonime) antologie di Hartwell e Cramer.

Per approfondire, qui trovate la recensione di Arne Saknussemm su Cronche di un sole lontano e qui quella di Massimo Citi su fronte & retro

domenica 11 settembre 2016

Il primo giorno di scuola




Tempo fa un collega, colpito dalla visione dell'Attimo fuggente di Peter Weir, mi chiedeva cosa ne pensassi e con quale poesia avrei cominciato io le mie lezioni.
Rispondo alla prima domanda: Peter Weir è il regista di uno dei miei film preferiti in assoluto, e di quello che più detesto. Il mio preferito è The Truman Show, un film di fantascienza del 1998 che con gli anni si è svelato in tutta la sua attualità (tanto che molti tendono a non considerarlo un film di fantascienza, contro ogni evidenza).
Il film che più detesto è appunto L'attimo fuggente.




Dei tanti motivi per cui trovo insopportabile il professor Keating e tutta la sua scolaresca potrei citare l'interpretazione di Robin Williams, lo slancio eroico-romanticheggiante di molte scene celebri, gli slogan a effetto, motivi non casuali per cui è recentemente diventato simbolo della scuola renziana.

Ma parlando di scuola, mi limiterò qui a due obiezioni fondamentali.
La prima riguarda l'ode di Orazio citata (sempre a sproposito) dal professor Keating.

Tu ne quaesieris – scire nefas – quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati.
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Tu non cercare, saperlo è peccato, qual fine a me, quale a te
gli dei han destinato, Leucònoe, e non tentare gli oroscopi
babilonesi. Come meglio, tutto ciò che sarà, sopportarlo!
Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
che ora strema il mare Tirreno su scogliere corrose,
sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
recidi la lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito
maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene,
senza farti illusioni sul domani.
(Traduzione di Alfonso Traina, 1993)

È un carme meraviglioso che invita a sopportare (pati, come « patire ») ciò che la vita ci mette davanti e goderne finché possiamo perché non sappiamo quanto tempo ci è concesso su questa terra. È un richiamo a vivere le nostre vite come meglio possiamo, senza rimandare nella speranza di un futuro migliore, amare qui e ora ciò che c'è di buono, accettare il dolore o la delusione.
Il giorno (diem) in quella magnifica espressione è un fiore, perché la giovane deve raccoglierlo (carpe).
Come raccoglieva ogni giorno l'epicureo Orazio? Nell'isolamento della sua campagna latina, circondato da pochi buoni amici, mescendo vino lontano dal caos di Roma in cui era costantemente importunato da seccatori e adulatori. Sfuggendo al tempo malvagio (invida aetas) che conduce inevitabilmente alla morte.
Come per l'amico Virgilio (che nel saluto ad Andromaca fa dire a Enea: « vivete felici, o voi dei quali la sorte già si è conclusa », est fortuna peracta) anche per Orazio la felicità è fuori dalla Storia. La troviamo in uno spazio in cui il nostro ruolo nella vita pubblica non ha più peso, un giardino lontano dagli eventi importanti, in cui possiamo godere finalmente dell'amicizia, della buona conversazione davanti a un bicchiere di vino, dell'amore.

Nel film di Peter Weir l'invito a « cogliere l'attimo » (nella libera traduzione italiana, visto che in inglese troviamo il più corretto « seize the day ») è espresso nei versi di un poeta inglese che probabilmente ha in mente, più che Orazio, la lirica carnevalesca e edonista del Rinascimento:

Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita:
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino.

(Angelo Poliziano, I' mi trovai fanciulle un bel mattino)

Ma l'espressione carpe diem, vero mantra del film, è una chiara citazione oraziana, l'Orazio frainteso dai poeti cristiani e quindi rielaborato in chiave edonistica anche nei testi di Poliziano e Lorenzo de' Medici.
Il film racconta un momento di passaggio da un sistema scolastico elitario e repressivo a quella che sarà la liberazione degli anni '60 e per certi versi fa pendant col Laureato.
Ed ecco che l'invito a ritirarsi dalla Storia viene piegato all'esigenza opposta: a quella di ribellarsi al sistema, di prendersi tutto quello che si può prima che una morte prematura ce lo tolga, imporre selvaggiamente la propria personalità.
Lui, Orazio, che aveva rinunciato agli ideali repubblicani della giovinezza e abbracciato il principato augusteo in cambio di una casa in campagna, viene declamato da un gruppo di adolescenti ubriachi tra un rutto e un « barbarico YAWP » e questo dovrebbe essere il modello di insegnamento degli anni '90?




E veniamo così alla mia seconda obiezione: il professor Keating non è un modello di insegnante. Il professor Keating è un personaggio cinematografico, è una grande prova d'attore, è un teatrante, un life coach, un messia in un'epoca diversa dalla nostra – quello che volete: ma nella realtà oggi sarebbe un pessimo insegnante.
Capisco che a tutti in un certo periodo dell'adolescenza possono essere brillati gli occhi all'idea di un professore che strappa le pagine troppo complicate dai libri di testo, sale in piedi sulla cattedra e invita gli studenti a fare altrettanto, ma per fortuna nessun insegnante serio farà mai una cosa del genere. O almeno me lo auguro.
Keating nel film impone la sua ingombrante presenza come una primadonna isterica e autocompiaciuta, è un attore che trova il suo pubblico in delirio in una classe di adolescenti disarmati, che usa la letteratura forzandone il significato ai suoi scopi.
Tutto il contrario di quello che a mio vedere è l'insegnamento: una relazione.
Relazione tra docente e studenti, in cui tutta la classe (quando la relazione funziona) impara qualcosa di nuovo – professore compreso, ché il bello del nostro lavoro è la possibilità di continuare a studiare e imparare per gli studenti e dagli studenti.
E relazione con gli autori: nelle mie noiose lezioni, che non svolgo in piedi sulla cattedra ma camminando tra i banchi (perché chi mi conosce sa che non so stare fermo, e chi conosce gli adolescenti sa che neanche loro sanno farlo) cerco di non mettermi al centro, perché al centro ci sono Orazio e Poliziano, Cavalcanti e Foscolo, Dante e Leopardi... io devo far parlare quegli autori, non il mio ego, né quello dei ragazzi se è per questo. Forse la voce autentica di Orazio o di Cavalcanti è meno utile nella quotidianità di quanto non lo siano le deformazioni a cui le sottopone il professor Keating. Ma forse ascoltandoli bene i ragazzi scopriranno qualcosa di loro stessi di diverso dalla percezione più superficiale che hanno nella vita di tutti i giorni. O forse sarà solo servito a far parlare ancora per un po' quei grandi autori.




E allora, mi chiede il collega, con quale testo apriresti l'anno scolastico?
Ci penso un po' su.
Mi viene in mente questo:

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un solo tuo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo.
(Stefano Benni)



giovedì 8 settembre 2016

La tentazione di crescere - su La casa sulle sabbie mobili di Carton Mellick III


Benvenuti su...





In principio era la Pax Fantascientifica, inaugurata da Arne Saknussemm su Cronache di un sole lontano e Nick Parisi sul suo Nocturnia, una scherzosa alleanza tra blog, nata con l'intento di promuovere collaborazioni in nome della comune passione per la fantascienza e della concordia universale.
Ora che la pace è stata sancita, sono lieto di annunciare il nuovo corso, che prende il nome di COSMOLINEA B-LOG in onore di uno dei padri della fantascienza (se non sapete a chi mi riferisco, correte a leggere Fredric Brown!).
Per cominciare, leggerete una doppia recensione del romanzo breve di Carlton Mellick III La casa sulle sabbie mobili.
Una la trovate su questa pagina, l'altra sul blog Verso l'infinito a tappe dell'amica Linda De Santi, con cui sono molto felice di aver condiviso questa bellissima lettura. Tra i blogger che seguo assiduamente, Linda è forse quella che ha i gusti più affini ai miei, come dimostra il fatto che precede sempre di poco le mie letture, con giudizi spesso molto simili.
Di recente ho scoperto il motivo: anche lei ha letto più volte L'insostenibile leggerezza dell'essere.


*   *   *


La casa sulle sabbie mobili



Carlton Mellick III
La casa sulle sabbie mobili
Titolo originale Quicksand House
Vaporteppa, 2016
epub/mobi € 4,99



« Quando si addormenta Tick sogna di esplorare l'enorme casa. Dapprima fa dei sogni bellissimi in cui, durante il viaggio, incontra stanze particolari e viste affascinanti. Ma poi i suoi sogni diventano brutti. Sogna di essere diventato vecchio e che sta ancora esplorando la casa, trascorrendo l'intera esistenza a cercare i suoi genitori che non è mai riuscito a trovare ». (Carlton Mellick III, La casa sulle sabbie mobili)


*   *   *


Tick e Polly sono fratello e sorella, rispettivamente di 10 e 15 anni. Vivono negli « appartamenti dei bambini » di un'enorme casa (grande come una città o forse più) affidati a una strana Tata che li trattiene negli appartamenti fino al giorno in cui i loro genitori (che non hanno mai conosciuto) verranno a prenderli. Ma col tempo la Tata mostra sempre più frequenti segni di squilibrio, finché i fratelli non sono costretti ad affrontare il buio che circonda i loro appartamenti, popolato da creature mostruose, in cerca dei genitori. Scopriranno, però, che la realtà è ben diversa da quella raccontata dalla Tata.


Una realtà estranea

Fin dalle prime pagine, l'autore ci catapulta in un mondo in cui regna lo straniamento. Polly è diventata troppo grande per il suo letto, con la pubertà le stanno crescendo i palchi come a tutte le donne adulte, Tick frequenta una scuola virtuale afflitta da misteriosi bug, ogni attività della casa è gestita da macchine, dalla preparazione della cena all'arrivo di neonati. Tutto è però raccontato come se fosse assolutamente normale.
La tecnica dello straniamento fa sì che il lettore sia sempre in bilico tra l'identificazione con il punto di vista dei protagonisti e un distacco ironico che lo spinge a mettere in dubbio quello che sta leggendo.

Ma il senso di estraneità è anche il tema portante del romanzo, che – a volerlo interpretare – è la storia di due bambini costretti ad abbandonare il luogo sicuro dell'infanzia per affrontare il mondo degli adulti: un labirinto oscuro e in rovina, popolato da mostri dall'aspetto indefinibile (ma stranamente familiare), apparenze umane, e nascosto in profondità un segreto che dentro di loro hanno sempre conosciuto.
Benché nell'Introduzione alla Bizarro Fiction di Chiara Gamberetta apprendiamo che Carlton Mellick III nega recisamente la valenza metaforica delle sue opere, almeno per La casa sulle sabbie mobili credo che non si possa negare un simbolismo abbastanza scoperto.
Da un genere chiamato Bizarro Fiction mi sarei aspettato una serie di personaggi assurdi e avvenimenti al limite del nonsense, e invece – dietro lo Strano – si scorge una storia di infanzia negata e di crescita. Leggere questo libro è come fare un sogno a occhi aperti, in cui vengono rielaborati traumi e paure dell'inconscio: del resto nella prefazione lo stesso autore parla di una storia in un certo senso autobiografica, ispirata al periodo della sua infanzia « terribile ed estremamente confuso ».


Un'apparente freddezza

La storia è narrata al presente da una voce anonima che non interviene quasi mai per chiarire gli aspetti più strani del racconto (la crescita delle corna nelle adolescenti, i creeper, il tunnel dei bebè) dandoli anzi per noti e accentuando così lo straniamento.
La scrittura è lineare: « semplice, chiara e assolutamente non contorta » secondo la traduttrice Silvia Sciascia.
Una semplicità che tuttavia non dà l'impressione di essere banale o trascurata. Anzi, potrei dire che l'apparente freddezza della narrazione è uno dei punti di forza del libro, perché gli conferisce un tono a metà tra la fiaba e l'incubo.
(E dopotutto alcune versioni delle fiabe tradizionali non ricordano forse la narrazione di un incubo? Le sorellastre di Cenerentola che si mozzano parte del piede per calzare la scarpetta potrebbero rientrare a pieno diritto nella Bizarro Fiction).
Per quanto riguarda la traduzione, non posso fare confronti con l'originale, ma l'impressione che ho avuto è forse di un'eccessiva fedeltà che rende a volte le frasi un po' legnose, come in questo caso in cui la sintassi è decisamente modellata sull'inglese: « Ora hai capito in che seria situazione vi trovate? » oppure nella ripetizione di un soggetto superfluo: « “Cosa farò” chiede Trick alla mamma di carta./Lui è nella sua camera e cammina avanti e indietro ».
Nel complesso, però, la traduttrice ha fatto un ottimo lavoro, e soprattutto ha riflettuto a fondo su come rendere in italiano una prosa apparentemente così semplice, come testimoniato da questo dietro le quinte.


Editori coraggiosi

Vaporteppa si è affacciata sulla scena editoriale da un paio d'anni, con un catalogo che spazia dallo steampunk (di cui « vaporteppa » è un ironico calco italiano) al fantastico e – appunto – alla Bizarro Fiction.




La casa sulle sabbie mobili è il primo loro titolo che leggo, e di sicuro non sarà l'ultimo. Al di là delle qualità del romanzo breve di Mellick III vorrei infatti soffermarmi sulla cura editoriale estrema dell'ebook, non solo negli aspetti più evidenti (copertina, colophon, indice) ma nella riflessione sulle scelte tipografiche esplicitate in alcune note editoriali in coda al libro (in cui si motiva la traduzione delle unità di misura, l'uso del trattino “ – “, la forma « sé stesso » preferibile a « se stesso »).
Inoltre il sito di Vaporteppa è una fonte inesauribile di articoli, riflessioni, informazioni – non solo relative alle loro pubblicazioni, ma sui generi, sulla scrittura, sulla lettura. Mentre se avete curiosità storiche, sulla pagina facebook troverete le più singolari o dimenticate ricorrenze del giorno in corso, che rispecchiano la vocazione steampunk della casa editrice.

lunedì 29 agosto 2016

La Mala Scuola




Il primo settembre gli insegnanti italiani riprenderanno servizio per le attività di avvio dell'anno scolastico.
Rientriamo da un'estate in cui non sono mancate le solite polemiche sulla nostra categoria – forse mai come quest'anno cariche di virulenza e disprezzo per la nostra misera « casta » di privilegiati.
Le motivazioni della polemica vanno cerate in diverse direzioni: da un lato il nuovo sistema di reclutamento su scala nazionale (e non più regionale o provinciale) ha suscitato molte perplessità e proteste sul misterioso algoritmo con cui sono state assegnate le cattedre.
Dall'altro lo svolgimento del Concorso a cattedra, il secondo dopo quello del 2012, caratterizzato da irregolarità, mancanza di trasparenza e dilettantismo da parte del MIUR, degli Uffici Scolastici e delle commissioni esaminatrici, tali da determinare un'altissima percentuale di bocciature (alcuni dicono il 50% altri il 65%) e lasciare completamente scoperte alcune classi di concorso.
Nel frattempo è entrato in funzione il tanto decantato e temuto meccanismo della chiamata diretta del Dirigente, che ha ora facoltà di scegliere un insegnante in ruolo (lo sottolineo, non parliamo di supplenti) iscritto nel suo « ambito territoriale » senza tenere conto della sua posizione in graduatoria ma in base al curriculum. Chi aveva paventato soprusi e clientele dietro l'angolo, immagino sia rimasto a bocca aperta come me nello scoprire che anche le sue peggiori previsioni non comprendevano video-curriculum a figura intera, domande riguardo a gravidanze e maternità, richiesta di titoli talmente specifici da risultare individuabili in un aspirante ben preciso, test concorsuali e così via.
E ancora, c'è la vicenda del potenziamento, cavallo di battaglia della riforma, che avrebbe posto fine con uno schiocco di dita a: supplenze, precariato e carenza di carta igienica nei gabinetti. In pratica si assumono docenti di classi di concorso in esubero per svolgere attività di supporto agli insegnanti in cattedra. Nel migliore dei casi, questi colleghi saranno supplenti di ruolo, nel peggiore, personale che non si sa come impiegare. Ma questo non risolve il problema delle cattedre vacanti, che invece andranno a supplenti annuali.
Sulla carcassa di una classe docente umiliata e demotivata – e qui non mi riferisco solo ai bocciati al concorso o chi è stato trasferito d'ufficio, ma a noi docenti tutti – si sono precipitati gli avvoltoi della stampa a banchettare col cadavere. L'emblema di un giornalismo rancoroso e privo di scrupoli è Fabrizio Rondolino, che dalle pagine dell'Unità e su Twitter si è scagliato contro le « capre deportate » (leggi « insegnanti meridionali trasferiti al nord ») con perle come questa: « Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l'italiano, almeno capiremmo che vogliono ».
Gli argomenti usati dalla stampa per denigrare la « casta » degli insegnanti sono paradossalmente gli stessi che hanno caratterizzato il discorso anti-politico degli anni scorsi: gli insegnanti sono privilegiati, lavorano poche ore per stipendi d'oro, fanno tre mesi di vacanza l'anno, vogliono il posto sotto casa, sono assenteisti ed evasori fiscali.
Non mi metto neanche a discutere le affermazioni riportate sopra, ne apprezzerei l'ironia straniante se si trattasse di un testo letterario. Una specie di Rosso Malpelo ambientato nella scuola pubblica.
La novità, casomai, è che gli attacchi degli ultimi anni vengono da sinistra: area politica tradizionalmente d'elezione per gli insegnanti. L'abbandono da parte della sinistra risponde probabilmente a una valutazione che già Berlusconi aveva fatto: i voti degli insegnanti sono numericamente inferiori di quelli degli arrabbiati, di chi ha bisogno di un capro espiatorio per sopportare una condizione di precarietà, disoccupazione, infelicità. Movimenti come quello di Grillo o dei Forconi (ve li ricordate?) avevano additato i politici. I politici hanno pensato di spostare il dito sugli insegnanti.

Ho iniziato a scrivere il blog principalmente come quaderno delle mie letture, con qualche incursione nei territori che più mi interessano (fumetto, cinema, musica), e anche se la scuola ogni tanto ha fatto capolino tra una recensione e il profilo di un autore, ho sempre cercato di tenere in disparte la mia vita professionale. Eppure la scuola è, oltre che un lavoro, una passione e il centro di gran parte delle mie riflessioni anche quando sono fuori da un'aula. Anche durante i fantomatici tre mesi di vacanza (che non esistono, ma non voglio discuterne ora) studiamo, ci aggiorniamo, prepariamo verifiche, riflettiamo sulle strategie da adottare l'anno successivo, ci confrontiamo con i colleghi. Soffriamo per lo svilimento a cui è sottoposta la nostra bistrattata categoria. Ci compiangiamo un po', e un po' ci ridiamo su.

(Andiamo anche al mare o in montagna o in qualsiasi luogo preferiamo trascorrere le meritate ferie).

(Sentiamo persino la mancanza dei nostri studenti, pensate che scemi!)

E lo stesso facciamo durante l'anno, dopo aver concluso le nostre ore giornaliere (specialmente poi chi ha sposato un'altra insegnante).
Ecco perché con questo post inauguro una nuova rubrica del blog, assolutamente aperiodica ed estemporanea, dedicata alla scuola, alla mia vita scolastica, alle letture e riflessioni che scaturiscono a scuola e sulla scuola.
Nella speranza che, conoscere un insegnante, serva a superare i pregiudizi e le paure su di noi.
Siamo tra voi.
Siamo come voi.
Solo un po' più noiosi.